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Versione completa: I regali dello Stato alla raffineria di Muratto
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Peter_Murphy
I regali dello Stato alla raffineria dei Moratti.
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Sul mare di Sarroch, 25 chilometri da Cagliari, costa sud-Orientale della Sardegna, si leva la più grande raffineria di petrolio del Mediterraneo. Quindici milioni di tonnellate di greggio lavorate ogni anno (300 mila barili al giorno), pari a un quarto della capacità di raffinazione italiana. Una grande mammella in cui pompano petrolio e succhiano carburanti clienti come "Shell", "Repsol", "Total", "Eni", "Q8", "Tamoil". è un gioiello industriale di proprietà dei Moratti. è il cuore della "Saras", l' azienda di famiglia. Ma, negli ultimi dieci anni, il denaro che lo ha reso tale è uscito dalle casse dello Stato.

Circa 200 milioni di euro elargiti a fondo perduto, attraverso tre "Contratti di programma" cui hanno messo la firma i presidenti che si sono succeduti nel tempo alla guida del Cipe (il Comitato interministeriale per la programmazione economica). Nomi importanti del centrodestra e del centrosinistra (Giancarlo Pagliarini, Carlo Azeglio Ciampi, Vincenzo Visco, Mario Baldassari, Domenico Siniscalco e Giulio Tremonti), specchio del rapporto bipartisan con la politica della famiglia Moratti. Ai Moratti, quei 200 milioni di euro sono costati un nulla in termini finanziari. E, soprattutto, hanno reso bene. Perché, una volta rinnovati gli impianti, la famiglia ha potuto affacciarsi in Borsa quotando una "Saras" tirata a lustro e dunque fare cassa. Oltre due miliardi di euro. Di cui un miliardo e 700 milioni percepiti da Massimo e Gian Marco Moratti e soltanto 360 milioni (frutto di un aumento di capitale) messi a disposizione del gruppo.

I "Contratti di programma" sono una leva di politica economica per incentivare le imprese a realizzare progetti strategici in aree depresse in periodi di transizione e il loro valore viene per lo più misurato nella creazione di nuovi posti di lavoro. Tra il 1995 e il 2004, la "Saras", caso pressoché unico tra le aziende che ne hanno beneficiato, di contratti di programma ne firma tre. Uno dietro l' altro. "Saras I", "Saras II", "Saras III". Sulla carta, interessano solo in parte gli investimenti industriali nella raffineria (attività estranea, del resto, allo spirito dei contratti di programma). Ma soltanto sulla carta. Nel dettaglio, i tre accordi hanno una struttura simile. Una parte riguarda appunto gli investimenti industriali nello stabilimento di Sarroch, l' altra investimenti collaterali in progetti di ricerca. Ad oggi, dei tre contratti stipulati, solo il "Saras I" si è chiuso, mentre gli altri due devono ancora essere sottoposti alla verifica finale del raggiungimento degli obiettivi. Un passaggio che consente al gruppo di approvare un bilancio in cui i finanziamenti pubblici vengono trasformati dalla voce debiti verso lo Stato in quella di sovvenzioni a fondo perduto. Ecco dunque cosa è accaduto.

Il "Saras I" Il piano viene presentato nel 1992 e, accanto agli interventi in raffineria, prevede iniziative nel settore dell' ecologia marina e agro-alimentare. Nel 1994, però, "Saras" presenta un aggiornamento. Viene scorporata una parte degli investimenti industriali, che verranno sviluppati in "project finance", per costruire all' interno della raffineria di Sarroch un impianto di rigassificazione con cui l' azienda si dota di una centrale elettrica - la "Sarlux" - che le consente di accedere all' accordo Cip 6.

E dunque di cedere, al Gestore della Rete, l' energia elettrica prodotta con gli scarti della raffinazione (curiosamente considerati assimilate a "fonti rinnovabili") a una tariffa che, nel 2006, è il doppio di quella standard: 136 euro a Megawattora contro una media di 75 (l' accordo, giudicato da più parti scandaloso, è in vigore fino a gennaio 2021, pur assicurando il recupero degli investimenti in soli cinque-sette anni). La seconda parte del "Saras I", invece, cambia radicalmente. Si punta alla creazione di un "Centro Ricerche Associato" (Cra) su progetti ambientali e iniziative nelle biotecnologie. Gli investimenti previsti sono di 252 milioni di euro. Di questi, 209, pari all' 83% del totale, sono destinati alla raffineria con un contributo pubblico di 58 milioni (il 66% dei fondi assegnati al contratto) e i restanti 42 sono per le altre iniziative. Ma quasi tutti a carico dello Stato, che mette a disposizione altri 30 milioni di euro. La verifica e chiusura del contratto, fissata per il 31 dicembre 1999, slitta curiosamente al 10 febbraio 2001. I verbali della commissione di accertamento finale sulla realizzazione del contratto affermano che i risultati sono stati in linea con gli obiettivi fissati. Era prevista la creazione di 277 posti di lavoro e si è arrivati a 282 (ma non è chiaro se vengano o meno conteggiati i lavoratori reintegrati dalla mobilità).

A ben vedere, però, è difficile parlare di un successo, come sottolinea la stessa relazione dell' Unità di valutazione degli investimenti pubblici del Dipartimento Sviluppo Economico (Mise). La spesa pubblica media per ogni occupato è stata di 312 mila euro, quasi il doppio rispetto agli altri contratti di programma chiusi nello stesso periodo e nessun nuovo progetto, estraneo alla raffineria, è sopravvissuto a lungo dopo la conclusione del contratto. Le iniziative nelle biotecnologie sono bocciate dallo stesso verbale della commissione, mentre il "Progetto Ambiente" si esaurisce velocemente.

Alcuni occupati finiscono nella società "Saras Ricerche". Altri cercano di avviare una cooperativa (la "Talos"), cessata già nel 2001, e altri ancora sono riassorbiti dalla "Battelle", la multinazionale americana, partner tecnico di Saras nell' iniziativa. Anche la "Sartec", società nata insieme al contratto, viene ridimensionata e si salva solo grazie alla sua conversione nella fornitura di servizi per la capogruppo Saras. Sorte simile tocca anche al "Centro Ricerche Associato", che evita la chiusura confluendo parzialmente in "Saras Ricerche", senza aver mai prodotto un solo nuovo brevetto.

Il "Saras II" è a partire però dal secondo contratto di programma che si nota meglio come la raccolta di investimenti pubblici sia funzionale soltanto all' ottenimento delle agevolazioni per l' ammodernamento della raffineria. Gli investimenti industriali diventano ancora più pesanti e per essere compensati con un' adeguata creazione di posti di lavoro, la Saras sceglie di affiancarli questa volta con servizi per l' informatica (Information & Communication Technology), attività tradizionalmente caratterizzate da un forte impatto occupazionale. Peccato che il fallimento di questa parte dell' iniziativa arrivi addirittura prima della conclusione del contratto. A Macchiareddu (Assemini, Cagliari) doveva nascere la "Città dell' Innovazione", un polo distrettuale attivo in settori ad alto contenuto tecnologico. Per ogni iniziativa era prevista la costituzione di una nuova società, partecipata sempre dal gruppo Saras attraverso una holding ("Atlantis") e, in ragione dei diversi filoni di investimento, da un partner tecnico. Tra questi, la società "Il Sestante" e "Bnl Multiservizi", dell' omonimo gruppo bancario. Nulla di tutto ciò accadrà.

Il Contratto "Saras II" viene approvato il 26 giugno 1997 e inizialmente prevede per la raffineria lavori per 185 milioni, il 54% dei quali a carico dello Stato, con la creazione di 50 posti di lavoro. La "Città dell' Innovazione", invece, ha un costo complessivo di 57 milioni di euro, (il 66% in agevolazione pubblica), con un obbiettivo di 196 posti di lavoro. Mentre gli investimenti industriali giungono a termine nel 2002, la "Città dell' Innovazione" nasce già morta. I contrasti tra i soci e l' inadeguatezza scientifica dei partner portano a un ridimensionamento dell' iniziativa, che trova conferma nella riscrittura del contratto il 3 maggio 2001. Gli investimenti per la "Città dell' Innovazione" scendono da 57 a 34 milioni di euro con l' inspiegabile crescita in percentuale dell' agevolazione pubblica e dell' occupazione (che sale da 196 a 250 unità). "Saras" approfitta della rinegoziazione per aumentare anche gli investimenti per la raffineria a 220 milioni di euro, con un contributo pubblico che cresce da 101 a 112 milioni, a fronte di una nuova occupazione di 75 unità contro le 50 originarie. Manca ancora la verifica finale del Contratto (per la messa in liquidazione di "Atlantis" e il subentro nelle attività di un nuovo soggetto, la "Saras Lab").

Ma i numeri evidenziano ancora una volta come la raffineria sia l' unico interesse per la "Saras". E come il secondo filone degli investimenti sia solo servito per diluire il costo affrontato dallo Stato per creare posti di lavoro. Su una spesa totale di 254 milioni di euro, ben l' 87% è stato destinato all' impianto di Sarroch, come del resto è finito alla raffineria l' 82% delle agevolazioni pubbliche (112 milioni su totale di 137 milioni). Gli investimenti in raffineria (111 milioni di euro) hanno creato 75 posti di lavoro per un costo unitario a carico del pubblico di 1,5 milioni di euro. Un' enormità se confrontato con la media di 109 mila euro per posto di lavoro dei 10 contratti di Programma siglati dal Cipe tra il '92 e il '99. Né il dato è destinato a diventare lusinghiero se anche in sede di verifica dovesse essere riconosciuto al "Saras II" la creazione di 250 posti di lavoro.

Perché, anche in questo caso, il costo per ogni nuova unità di lavoro sarà di 421 mila euro, il quadruplo della media degli altri contratti di programma. Curioso anche il destino delle attività di Information Tecnology. La holding "Atlantis" finisce in mano ai soci de "Il Sestante", mentre tutte le altre attività non liquidate passano o sotto "Saras Lab" o sotto "Akhela", la società del gruppo "Saras" che ha raccolto l' eredità di tutte le controllate dal secondo al terzo Contratto di Programma.

Il "Saras III" Nel terzo contratto di programma, gli investimenti in raffineria sono controbilanciati ancora una volta da iniziative ad alta intensità di lavoro, come la creazione di un call center, tra l' altro mai avviato. Si ripropone la scommessa sull' Information & Communication Technology (Ict). E, per questo, vengono rianimate società già finanziate nei passati contratti come "Saras Ricerche", "Sartec" e "Saras Lab". Il Contratto viene siglato il 10 giugno 2002. Prevede investimenti in raffineria per 92 milioni di euro (41,55 di sovvenzione pubblica) con la creazione di 22 nuovi posti di lavoro e investimenti nell' Ict per 23,4 milioni (10,34 a carico dello Stato) con una stima di 313 nuovi occupati entro il 2003. Mentre gli investimenti in raffineria vengono portati a termine nel 2004, con la proroga di un anno rispetto alla previsione, le altre iniziative, come nel "Saras II", sollecitano i Moratti a rinegoziare il contratto «per intervenute turbative nel mercato del settore», compromettendo anche i finanziamenti industriali. Nel dicembre 2004, il Cipe firma il nuovo accordo. Il termine per gli investimenti è fissato a dicembre 2005, ma gli aiuti pubblici per la raffineria, a parità di posti occupati, scendono da 41,55 a 27,5 milioni, mentre quelli nell' Information technology da 10,3 a 2,9 milioni e i nuovi posti di lavoro da 313 a soli 55. Non è ancora stata redatta la verifica finale, ma come annota l' Unità di valutazione degli investimenti pubblici, si tratta di un nuovo fallimento. Su 85,91 milioni di investimenti, il 92% sono stati destinati alla raffineria, così come il 90% delle agevolazioni (27,5 milioni su un totale di 30,4). Ogni nuovo lavoratore della raffineria è costato allo Stato 1,25 milioni di euro, una media assolutamente al di fuori dei parametri di altri contratti di programma, controbilanciata solo in parte dai nuovi posti creati nell' Information technology.

Nel complesso, i posti di lavoro del terzo contratto Saras sono costati alle casse dello Stato 405 mila euro l' uno. "Saras I", "II" e "III". Tiriamo le somme. è evidente come il "business" tra lo Stato e i Moratti sia stato non solo sbilanciato, ma di gran lunga ripagato dai contributi pubblici. Con i tre contratti, Saras realizza investimenti in raffineria per 508 milioni di euro, per i quali ne riceve dallo Stato 197,17. Nelle attività collaterali, invece (che non avrebbe mai fatto), la società della famiglia Moratti investe complessivamente 83,8 milioni, ricevendone contemporaneamente 58,2 in agevolazione. Il che vuol dire, una spesa netta di 25,6 milioni di euro. Ora, non è difficile capire come 25,6 milioni di euro possano ben valere una contropartita a fondo perduto di 197,17 milioni di euro (un finanziamento come questo, sul mercato, oltre a prevedere il rimborso del capitale, costerebbe circa il 5-6% l' anno in interessi). Né evidentemente è di conforto sapere che il "gioco" è costato allo Stato tra i 400 mila e il milione di euro per ogni nuovo lavoratore "creato" dai Moratti.

Carlo Bonini e Walter Galbiati ("La Repubblica")

Peter_Murphy
Beppe Grillo dixit

Per non dimenticare....


Il fratello scarso è una figura ricorrente nella Storia d'Italia. I parenti
lo affidano di solito al fratello più sveglio che gli fa da padre per tutta
la vita. Massimo Moratti è il fratello scarso dei fratelli scarsi. E'
riuscito ad offuscare persino Paolo Berlusconi. Gli si perdona qualunque
cosa, anche le intercettazioni a Bobone Vieri. La famiglia per evitare danni
lo ha nominato presidente dell'Inter. Gli ha concesso un vitalizio di
qualche decina di milioni di euro all'anno per i giocatori. Lui è contento
così.
Ogni tanto il fratello maggiore Gianmarco gli chiede di mettere una firma
sui collocamenti. La gente si fida di lui, del suo aspetto da Bugs Bunny
buono. E così è stato anche per il debutto di Saras in Borsa. I Moratti
hanno incassato 1,7 miliardi di euro, ne avevano bisogno per rinforzare la
squadra. Il titolo fu quotato a 6 euro in un momento di crollo del settore
energetico. Chi lo comprò perse il 12% in un solo giorno. Jp Morgan e Morgan
Stanley, le banche responsabili del collocamento, guadagnarono 12 milioni di
euro a testa grazie alle oscillazioni.
Riassunto: qualcuno decide che il prezzo di 6 euro è giusto, i risparmiatori
ci credono, comprano, perdono. I Moratti e le banche ci guadagnano e la
procura indaga. La Consob dov'era? Cardia illuminaci.
Lo scudetto di ieri non lo ha vinto l'Inter. Infatti il marchio non gli
appartiene più da tempo. Lo ha venduto, dopo una rettifica a questo blog,
alla Inter Brand srl per 159 milioni di euro. La Procura sta indagando per l'ipotesi
di "buchi in bilancio per cui non ci sono indagati"(Corriere della Sera).
Sono sicuro che è un'ipotesi che si dimostrerà priva di qualsiasi
fondamento. Massimo vince, ma senza rubare.

(Tratto da:
Blog di Beppe Grillo)

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Link 1

Link 2

Link 3

SARO.JUVENTINO.DOCG
QUOTE(Peter_Murphy @ 7 May 2008, 1:09) *

I regali dello Stato alla raffineria dei Moratti.
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Sul mare di Sarroch, 25 chilometri da Cagliari, costa sud-Orientale della Sardegna, si leva la più grande raffineria di petrolio del Mediterraneo. Quindici milioni di tonnellate di greggio lavorate ogni anno (300 mila barili al giorno), pari a un quarto della capacità di raffinazione italiana. Una grande mammella in cui pompano petrolio e succhiano carburanti clienti come "Shell", "Repsol", "Total", "Eni", "Q8", "Tamoil". è un gioiello industriale di proprietà dei Moratti. è il cuore della "Saras", l' azienda di famiglia. Ma, negli ultimi dieci anni, il denaro che lo ha reso tale è uscito dalle casse dello Stato.

Circa 200 milioni di euro elargiti a fondo perduto, attraverso tre "Contratti di programma" cui hanno messo la firma i presidenti che si sono succeduti nel tempo alla guida del Cipe (il Comitato interministeriale per la programmazione economica). Nomi importanti del centrodestra e del centrosinistra (Giancarlo Pagliarini, Carlo Azeglio Ciampi, Vincenzo Visco, Mario Baldassari, Domenico Siniscalco e Giulio Tremonti), specchio del rapporto bipartisan con la politica della famiglia Moratti. Ai Moratti, quei 200 milioni di euro sono costati un nulla in termini finanziari. E, soprattutto, hanno reso bene. Perché, una volta rinnovati gli impianti, la famiglia ha potuto affacciarsi in Borsa quotando una "Saras" tirata a lustro e dunque fare cassa. Oltre due miliardi di euro. Di cui un miliardo e 700 milioni percepiti da Massimo e Gian Marco Moratti e soltanto 360 milioni (frutto di un aumento di capitale) messi a disposizione del gruppo.

I "Contratti di programma" sono una leva di politica economica per incentivare le imprese a realizzare progetti strategici in aree depresse in periodi di transizione e il loro valore viene per lo più misurato nella creazione di nuovi posti di lavoro. Tra il 1995 e il 2004, la "Saras", caso pressoché unico tra le aziende che ne hanno beneficiato, di contratti di programma ne firma tre. Uno dietro l' altro. "Saras I", "Saras II", "Saras III". Sulla carta, interessano solo in parte gli investimenti industriali nella raffineria (attività estranea, del resto, allo spirito dei contratti di programma). Ma soltanto sulla carta. Nel dettaglio, i tre accordi hanno una struttura simile. Una parte riguarda appunto gli investimenti industriali nello stabilimento di Sarroch, l' altra investimenti collaterali in progetti di ricerca. Ad oggi, dei tre contratti stipulati, solo il "Saras I" si è chiuso, mentre gli altri due devono ancora essere sottoposti alla verifica finale del raggiungimento degli obiettivi. Un passaggio che consente al gruppo di approvare un bilancio in cui i finanziamenti pubblici vengono trasformati dalla voce debiti verso lo Stato in quella di sovvenzioni a fondo perduto. Ecco dunque cosa è accaduto.

Il "Saras I" Il piano viene presentato nel 1992 e, accanto agli interventi in raffineria, prevede iniziative nel settore dell' ecologia marina e agro-alimentare. Nel 1994, però, "Saras" presenta un aggiornamento. Viene scorporata una parte degli investimenti industriali, che verranno sviluppati in "project finance", per costruire all' interno della raffineria di Sarroch un impianto di rigassificazione con cui l' azienda si dota di una centrale elettrica - la "Sarlux" - che le consente di accedere all' accordo Cip 6.

E dunque di cedere, al Gestore della Rete, l' energia elettrica prodotta con gli scarti della raffinazione (curiosamente considerati assimilate a "fonti rinnovabili") a una tariffa che, nel 2006, è il doppio di quella standard: 136 euro a Megawattora contro una media di 75 (l' accordo, giudicato da più parti scandaloso, è in vigore fino a gennaio 2021, pur assicurando il recupero degli investimenti in soli cinque-sette anni). La seconda parte del "Saras I", invece, cambia radicalmente. Si punta alla creazione di un "Centro Ricerche Associato" (Cra) su progetti ambientali e iniziative nelle biotecnologie. Gli investimenti previsti sono di 252 milioni di euro. Di questi, 209, pari all' 83% del totale, sono destinati alla raffineria con un contributo pubblico di 58 milioni (il 66% dei fondi assegnati al contratto) e i restanti 42 sono per le altre iniziative. Ma quasi tutti a carico dello Stato, che mette a disposizione altri 30 milioni di euro. La verifica e chiusura del contratto, fissata per il 31 dicembre 1999, slitta curiosamente al 10 febbraio 2001. I verbali della commissione di accertamento finale sulla realizzazione del contratto affermano che i risultati sono stati in linea con gli obiettivi fissati. Era prevista la creazione di 277 posti di lavoro e si è arrivati a 282 (ma non è chiaro se vengano o meno conteggiati i lavoratori reintegrati dalla mobilità).

A ben vedere, però, è difficile parlare di un successo, come sottolinea la stessa relazione dell' Unità di valutazione degli investimenti pubblici del Dipartimento Sviluppo Economico (Mise). La spesa pubblica media per ogni occupato è stata di 312 mila euro, quasi il doppio rispetto agli altri contratti di programma chiusi nello stesso periodo e nessun nuovo progetto, estraneo alla raffineria, è sopravvissuto a lungo dopo la conclusione del contratto. Le iniziative nelle biotecnologie sono bocciate dallo stesso verbale della commissione, mentre il "Progetto Ambiente" si esaurisce velocemente.

Alcuni occupati finiscono nella società "Saras Ricerche". Altri cercano di avviare una cooperativa (la "Talos"), cessata già nel 2001, e altri ancora sono riassorbiti dalla "Battelle", la multinazionale americana, partner tecnico di Saras nell' iniziativa. Anche la "Sartec", società nata insieme al contratto, viene ridimensionata e si salva solo grazie alla sua conversione nella fornitura di servizi per la capogruppo Saras. Sorte simile tocca anche al "Centro Ricerche Associato", che evita la chiusura confluendo parzialmente in "Saras Ricerche", senza aver mai prodotto un solo nuovo brevetto.

Il "Saras II" è a partire però dal secondo contratto di programma che si nota meglio come la raccolta di investimenti pubblici sia funzionale soltanto all' ottenimento delle agevolazioni per l' ammodernamento della raffineria. Gli investimenti industriali diventano ancora più pesanti e per essere compensati con un' adeguata creazione di posti di lavoro, la Saras sceglie di affiancarli questa volta con servizi per l' informatica (Information & Communication Technology), attività tradizionalmente caratterizzate da un forte impatto occupazionale. Peccato che il fallimento di questa parte dell' iniziativa arrivi addirittura prima della conclusione del contratto. A Macchiareddu (Assemini, Cagliari) doveva nascere la "Città dell' Innovazione", un polo distrettuale attivo in settori ad alto contenuto tecnologico. Per ogni iniziativa era prevista la costituzione di una nuova società, partecipata sempre dal gruppo Saras attraverso una holding ("Atlantis") e, in ragione dei diversi filoni di investimento, da un partner tecnico. Tra questi, la società "Il Sestante" e "Bnl Multiservizi", dell' omonimo gruppo bancario. Nulla di tutto ciò accadrà.

Il Contratto "Saras II" viene approvato il 26 giugno 1997 e inizialmente prevede per la raffineria lavori per 185 milioni, il 54% dei quali a carico dello Stato, con la creazione di 50 posti di lavoro. La "Città dell' Innovazione", invece, ha un costo complessivo di 57 milioni di euro, (il 66% in agevolazione pubblica), con un obbiettivo di 196 posti di lavoro. Mentre gli investimenti industriali giungono a termine nel 2002, la "Città dell' Innovazione" nasce già morta. I contrasti tra i soci e l' inadeguatezza scientifica dei partner portano a un ridimensionamento dell' iniziativa, che trova conferma nella riscrittura del contratto il 3 maggio 2001. Gli investimenti per la "Città dell' Innovazione" scendono da 57 a 34 milioni di euro con l' inspiegabile crescita in percentuale dell' agevolazione pubblica e dell' occupazione (che sale da 196 a 250 unità). "Saras" approfitta della rinegoziazione per aumentare anche gli investimenti per la raffineria a 220 milioni di euro, con un contributo pubblico che cresce da 101 a 112 milioni, a fronte di una nuova occupazione di 75 unità contro le 50 originarie. Manca ancora la verifica finale del Contratto (per la messa in liquidazione di "Atlantis" e il subentro nelle attività di un nuovo soggetto, la "Saras Lab").

Ma i numeri evidenziano ancora una volta come la raffineria sia l' unico interesse per la "Saras". E come il secondo filone degli investimenti sia solo servito per diluire il costo affrontato dallo Stato per creare posti di lavoro. Su una spesa totale di 254 milioni di euro, ben l' 87% è stato destinato all' impianto di Sarroch, come del resto è finito alla raffineria l' 82% delle agevolazioni pubbliche (112 milioni su totale di 137 milioni). Gli investimenti in raffineria (111 milioni di euro) hanno creato 75 posti di lavoro per un costo unitario a carico del pubblico di 1,5 milioni di euro. Un' enormità se confrontato con la media di 109 mila euro per posto di lavoro dei 10 contratti di Programma siglati dal Cipe tra il '92 e il '99. Né il dato è destinato a diventare lusinghiero se anche in sede di verifica dovesse essere riconosciuto al "Saras II" la creazione di 250 posti di lavoro.

Perché, anche in questo caso, il costo per ogni nuova unità di lavoro sarà di 421 mila euro, il quadruplo della media degli altri contratti di programma. Curioso anche il destino delle attività di Information Tecnology. La holding "Atlantis" finisce in mano ai soci de "Il Sestante", mentre tutte le altre attività non liquidate passano o sotto "Saras Lab" o sotto "Akhela", la società del gruppo "Saras" che ha raccolto l' eredità di tutte le controllate dal secondo al terzo Contratto di Programma.

Il "Saras III" Nel terzo contratto di programma, gli investimenti in raffineria sono controbilanciati ancora una volta da iniziative ad alta intensità di lavoro, come la creazione di un call center, tra l' altro mai avviato. Si ripropone la scommessa sull' Information & Communication Technology (Ict). E, per questo, vengono rianimate società già finanziate nei passati contratti come "Saras Ricerche", "Sartec" e "Saras Lab". Il Contratto viene siglato il 10 giugno 2002. Prevede investimenti in raffineria per 92 milioni di euro (41,55 di sovvenzione pubblica) con la creazione di 22 nuovi posti di lavoro e investimenti nell' Ict per 23,4 milioni (10,34 a carico dello Stato) con una stima di 313 nuovi occupati entro il 2003. Mentre gli investimenti in raffineria vengono portati a termine nel 2004, con la proroga di un anno rispetto alla previsione, le altre iniziative, come nel "Saras II", sollecitano i Moratti a rinegoziare il contratto «per intervenute turbative nel mercato del settore», compromettendo anche i finanziamenti industriali. Nel dicembre 2004, il Cipe firma il nuovo accordo. Il termine per gli investimenti è fissato a dicembre 2005, ma gli aiuti pubblici per la raffineria, a parità di posti occupati, scendono da 41,55 a 27,5 milioni, mentre quelli nell' Information technology da 10,3 a 2,9 milioni e i nuovi posti di lavoro da 313 a soli 55. Non è ancora stata redatta la verifica finale, ma come annota l' Unità di valutazione degli investimenti pubblici, si tratta di un nuovo fallimento. Su 85,91 milioni di investimenti, il 92% sono stati destinati alla raffineria, così come il 90% delle agevolazioni (27,5 milioni su un totale di 30,4). Ogni nuovo lavoratore della raffineria è costato allo Stato 1,25 milioni di euro, una media assolutamente al di fuori dei parametri di altri contratti di programma, controbilanciata solo in parte dai nuovi posti creati nell' Information technology.

Nel complesso, i posti di lavoro del terzo contratto Saras sono costati alle casse dello Stato 405 mila euro l' uno. "Saras I", "II" e "III". Tiriamo le somme. è evidente come il "business" tra lo Stato e i Moratti sia stato non solo sbilanciato, ma di gran lunga ripagato dai contributi pubblici. Con i tre contratti, Saras realizza investimenti in raffineria per 508 milioni di euro, per i quali ne riceve dallo Stato 197,17. Nelle attività collaterali, invece (che non avrebbe mai fatto), la società della famiglia Moratti investe complessivamente 83,8 milioni, ricevendone contemporaneamente 58,2 in agevolazione. Il che vuol dire, una spesa netta di 25,6 milioni di euro. Ora, non è difficile capire come 25,6 milioni di euro possano ben valere una contropartita a fondo perduto di 197,17 milioni di euro (un finanziamento come questo, sul mercato, oltre a prevedere il rimborso del capitale, costerebbe circa il 5-6% l' anno in interessi). Né evidentemente è di conforto sapere che il "gioco" è costato allo Stato tra i 400 mila e il milione di euro per ogni nuovo lavoratore "creato" dai Moratti.

Carlo Bonini e Walter Galbiati ("La Repubblica")

Sti due giornalisti la sanno LUNGA rotfl1iy6.gif Content_33.gif
Peter_Murphy
Alcuni dati statistici tratti da “Relazione annuale sullo stato dei servizi e sull’attività svolta dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas".

Costi CIP 6/1992 fonti rinnovabili – fonti assimilate
La principale fonte di informazione al riguardo si può ottenere dalla “Relazione annuale sullo stato dei servizi e sull’attività svolta” dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas.

[...]

Chi ha beneficiato dei finanziamenti con il CIP/6 (sul totale assimilate e rinnovabili) (dati 2003)
Edison 41,2%
Enron 10,8%
Erg 10,2%
Acea * 6,3%
Foster Werler 5,1%
ENIpower 4,3%
API energia* 3,4%
Elettra Lucchini 3,0%

Da dati 2003 e 2004 forniti dall’Autorità per l’Energia è risultato che in quegli anni Edison aveva riscosso, per vendite di elettricità da fonte “assimilata CIP/6”, rispettivamente il 54,6 e il 53,4 per cento dei 3.281,4 e 3.511,5 milioni di euro erogati dal GRTN a quel titolo; cioè 1791,4 e 1875,0 milioni di euro, pari al 63,36 e al 56,7 per cento dei suoi ricavi per vendite (che erano stati 2.827 e 3.303 milioni di euro). E quello Edison non è forse nemmeno il più grave caso di lucro sulle “assimilate CIP/6”.
C’è infatti almeno un’azienda che, almeno nel 2004, ha riscosso il 73,64 per cento (quasi i tre quarti) dei suoi ricavi vendendo al GRTN elettricità “sporca”. È Sarlux, del Gruppo Saras-Moratti, che quell’anno ha avuto ricavi totali per 490.46 milioni di euro, dei quali 361,67 per elettricità da fonte “assimilata CIP/6”.
[...]
(FONTE: Verdi.it)

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Sarroch è un piccolo paese di cinquemila anime situato ad una trentina di chilometri da Cagliari. La strada che dal capoluogo sardo porta a questo piccolo comune costeggia ed accarezza, in quasi tutta la sua lunghezza, lo splendido Golfo.

Abbandonato il capoluogo ed imboccata un’ampia strada a quattro corsie verso Pula ci si imbatte in splendidi paesaggi sottolineati da suggestivi nomi: prima s’incontra Frutti d’Oro e subito dopo Torre degli Ulivi. Una volta lasciato a destra il comune di Capoterra si giunge senza troppe difficoltà nel centro storico di Sarroch.

Senza troppe difficoltà dal momento che ci sono dei buoni punti di riferimento che consentono d’orientarsi in modo preciso ed univoco:

gli stabilimenti industriali dell’Air Liquid, della Polimeri Europa e della Saras.

Ed è proprio l’attività di quest’ultima che ci interessa.

La Saras viene fondata da Angelo Moratti nel 1962 e rappresenta tuttora l’azienda di famiglia (“fondata quando il petrolio era tutto; e oggi è ancora di più”, recita il sito internet).

Il complesso industriale di questa società coincide con la più grande ed estesa raffineria petrolifera del Mediterraneo. Ogni anno vengono trattate 15 milioni di tonnellate di petrolio (il 15% della raffinazione complessiva nazionale), da vendere poi alle compagnie che si occupano della distribuzione:

come la Shell, la Repsol, Q8, la Tamoil…

Insomma, la Saras lavora, e nel suo campo è tra i migliori.

Ma sempre all’interno dell’immenso polo industriale, che ormai ha fagocitato il paese di Sarroch, trova comodamente posto una centrale elettrica: la Sarlux, posseduta totalmente dalla Saras e quindi proprietà diretta dei Moratti. Questa centrale produce energia grazie alla combustione degli scarti di lavorazione del petrolio della raffineria adiacente.

Bruciare gli scarti della lavorazione del petrolio non è né semplice né pulito: infatti devono essere prima abbondantemente trattati con gas e ossigeno ed una volta bruciati rilasciano nell’atmosfera sostanze come anidride carbonica, azoto, zolfo e nichel.

La Sarlux è una delle centrali elettriche più grandi d’Europa ed è in grado di produrre 4 miliardi di chilowattora annui. Non male se pensiamo che per una casa sono solitamente sufficienti 3 chilowattora.

Tutto questo sarebbe da archiviare sotto una buona e oculata gestione industriale da parte della famiglia Moratti se non fosse che nel 1992, per alcuni scopi ambientali non meglio precisati in seguito, il Comitato Interministeriale Prezzi, stabilisce con il cosiddetto “Cip 6” un aumento nella bolletta dell’elettricità degli italiani pari grossomodo al 10%, quale contributo atto a sovvenzionare le fonti di energia rinnovabili.

L’energia prodotta dalla Sarlux viene comperata da un ente pubblico: il Gestore del Sistema Elettrico (GRTN) che, come recita il suo sito, dovrebbe avere “un ruolo centrale nella promozione e nello sviluppo delle fonti rinnovabili in Italia, predisposto dal provvedimento “Cip 6” del 1992”.

In sintesi queste fonti rinnovabili vengono sovvenzionate pagando la presunta energia pulita, derivante da quest’ultime, il doppio o anche il triplo dei prezzi del mercato.

Ma il problema più grosso si verifica quando nel testo di questo “Cip 6” si stabilisce che entrano a far parte del progetto le “fonti rinnovabili o assimilate”.

Tra le “fonti assimilate” trovano posto gli scarti di raffineria petrolifera non biodegradabili, proprio come quelli utilizzati dalla Sarlux. Con la conseguenza di finanziare ed incentivare un’energia che non è affatto pulita, e questo impegnando e sprecando soldi a scapito di altre tecniche davvero rinnovabili.

E’ inoltre singolare il fatto che la centrale Morattiana sia entrata in funzione nel 2000, e la convenzione, sulla base del “Cip 6”, sia partita l’8 Gennaio 2001.

E stranamente la convenzione che il “Cip 6” accorda alla Sarlux è ventennale (anche se il provvedimento stabilirebbe un massimo di 15 anni), e quindi gli utenti elettrici italiani sembrano davvero destinati a pagare i sovrapprezzi fino al 2020. A meno che non intervenga il governo per fermare questa attività lucrativa decisamente mirata sulle incertezze del “Cip 6”.

Ai Moratti viene ingiustamente pagata l’energia, prodotta con gli scarti inquinanti della sua stessa raffineria, il doppio del valore di mercato, come si trattasse di fonti rinnovabili e di energia pulita.

Da interista mi è difficile continuare a tifare per questa squadra che spesso viene presa in giro per come “spreca” i soldi comprando giocatori su giocatori. Il fatto che questi giocatori siano comperati con soldi nostri, non solo degli interisti, mi fa sentire un po’ più povero
(FONTE: FaiNotizia - Il giornalismo partecipativo)
Peter_Murphy
L'imbroglio del Cip6 - Diossina di Stato
Macchine da soldi alimentate a Cip6 una truffa lunga 16 anni
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Lo scandalo inizia sotto il II governo Andreotti, in seguito a un accordo da
esso stipulato con l'Enel e con il fior fiore dellalta economia e finanza
petrolifera italiana.

Il Comitato Interministeriale Prezzi (CIP) il 29 aprile 1992 con delibera
numero 6 stabilì una maggiorazione del 7% del prezzo dell'elettricità pagato
in bolletta (componente tariffaria A3), che doveva essere utilizzata per
promuovere le energie rinnovabili (eolica, solare, geotermica, del moto
ondoso, maremotrice, idraulica, biomassa, biogas ecc.) con un incentivo sulla
realizzazione dellimpianto e uno sulla produzione di energia.
Le rinnovabili, senza contributi, non potrebbero stare sul mercato, essendo
perennemente in perdita sul piano economico, oltre che su quello energetico.

Prima dell'approvazione della delibera, accanto all'espressione "energie
rinnovabili" fu aggiunta furbatamente l'estensione "o assimilate" con la
conseguenza che il 76 % dei miliardi pubblici, prima in lire, poi in euro,
sono stati regalati per produzioni energetiche molto inquinanti e tuttaltro
che "rinnovabili" e per 16 anni si è finanziato la produzione di energia
elettrica con l'incenerimento dei rifiuti urbani e industriali, oltre che
con il gas, fonti non rinnovabili e inquinanti!
(per la gioia dei petrolieri come Massimo Moratti
e i gestori di
inceneritori!)
Disse Beppe Grillo al parlamento Europeo: « ...abbiamo finanziato le
malattie che appariranno nei nostri figli e nei nostri nipoti».

(alle ultime battute di questo filmato: http://it.youtube.com/watch?v=32_qdNKnUGE)

A peggiorare le cose è poi arrivata la direttiva comunitaria del n° 77 del
2001: "Norme sulla promozione dellenergia elettrica prodotta da fonti
energetiche rinnovabili nel mercato interno dell'elettricità"
(http://www.apat.gov.it/site/_files/D...2001_77_CE.pdf ), attuata in Italia, molto male, nel 2003 con il governo Berlusconi, dando altri benefici economici alla produzione energetica da rifiuti.
Vedi Decreto Legislativo 29 dicembre 2003, n. 387 "Attuazione della
direttiva 2001/77/CE relativa alla promozione dell'energia elettrica
prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno
dell'elettricità
" (http://www.parlamento.it/leggi/deleghe/03387dl.htm)

La Direttiva europea indicava invece solo per le fonti rinnovabili, il
risultato è tra i peggiori possibili: aumento di emissione di CO2, polveri
sottili e diossina, su cui gli italiani pagheranno le multe europee per il
non rispetto del trattato di Kyoto. Si arriverà a pagare per i "crediti di
carbonio" 2,56 miliardi di Euro l'anno che dovrebbero pesare sulle bollette
degli italiani con oltre 100 € a famiglia all'anno senza contare le sanzioni
dell'Eu-Etspari a 100 euro a tonnellata di CO2.

La maggior parte dei soldi che dovrebbero finanziare le rinnovabili vengono
quindi destinati a bruciare carbone, petrolio e avanzi della raffinazione,
rifiuti e a bruciare altri soldi per le sanzioni europee.

Grazie al Cip 6 il guadagno per i proprietari di inceneritori è doppio:
in una prima fase si guadagna perché le pubbliche amministrazioni pagano per
liberarsi dei rifiuti prodotti in grande quantità nelle città, nella seconda
fase si guadagna vendendo a prezzo maggiorato l'energia elettrica prodotta
(Cip6).


Gli inceneritori sono degli altiforni che trasformano la spazzatura in gas,
concentrando su un dato territorio il potenziale danno ambientale prodotto
da un'area ben maggiore. Gli inceneritori producono, oltre a ceneri tossiche
e scorie di lavorazione pari a circa il 25% della massa di rifiuti bruciata
che devono essere conferite in discariche speciali, anche diossine, furani,
metalli pesanti che solo in parte sono intercettati dai sofisticati e
costosissimi filtri. Le polveri sottili che i filtri non trattengono hanno
effetti devastanti sulla salute generando le cosiddette nanopatologie, causa
di malformazioni fetali, tumori infantili, malattie allergiche,
infiammatorie e neurologiche.

Ecco i 10 maggiori beneficiari che nel 2004 si spartirono una torta da
3.511,4 miliardi di euro (saliti a 3.988,6 nel 2005 ed a 4.361,7 nel 2006),
sono:
EDISON (53,4%)
ERG (10,8%)
SARLUX-MORATTI (10.3%)
ROSIGNANO ENERGIA (6,3%)
FOSTER WEELER (5,1%)
ENIPOWER (3,8%)
API ENERGIA (5,3%)
ELETTRA GLT (3,2%)
IRENE (0,9%)
ITALIANA COKE (0,3%)
ALTRI (0,6%)

Massimo Mucchetti, nel suo libro Licenziare i padroni? (Feltrinelli 2003) ,
sostiene che scopo principale del trucco Cip6 fosse il salvataggio della
Edison, uscita malconcia dal crak Montedison. Sta di fatto che, almeno nel
2003 e 2004 , Edison incassò oltre metà dei fondi Cip6 pagati per
elettricità da fonti assimilate e i suoi bilanci di quegli anni dimostrano
che quegli incassi costituirono oltre il 50% dei suoi ricavi complessivi.

Ma cè un caso ancor più grave. E quello della Sarlux, del gruppo Saras -
Moratti; che produce elettricità ricavandola dagli scarti petroliferi più
inquinanti ed è palesemente stata creata per lucrare sul regime Cip6.
Nata solo nel 2000 e ha avuto una concessione ventennale (le altre sono
quindicennali, stipulate intorno al 1992 e quindi con scadenze intorno al
2007).
Nel 2004, ad esempio, essa ha avuto ricavi da vendite per 490.460.049 euro
(pagina 338 del bilancio SARAS 2005), dei quali 361.670.000, cioè ben il
73,74% di provenienza "assimilate Cip6". Quellanno ha infatti incassato il
10,3% dei 3.511.400.000 euro pagati dal GRTN per "assimilate" (dati Autorità
per l'Energia).
Per cui gli utenti elettrici italiani continueranno a pagare i sovrapprezzi
"A3" fino al 2020 anche perchè Moratti possa acquistare giocatori per la sua
Inter !
(http://petrolio.blogosfere.it/2006/0...ne-da-sol.html)

Il caso sulla Finanziaria 2007 (governo Prodi): Incredibilmente, sembrava
che il governo intendesse porre fine a questa assurdità con un emendamento
alla Finanziaria che escludeva le "assimilate" dai contributi CIP6, ma
ancora una volta, al momento decisivo, prima dell'entrata in vigore della
Legge Finanziaria (il primo gennaio 2007), qualcuno ha sostituito una parola
al testo di legge. I contributi CIP6 andranno solo ai produttori di energia
elettrica da fonti rinnovabili ma non ci sarà l'esclusione per gli impianti
"già autorizzati", e non solo su quelli "già realizzati". E' stato
sostituito "già realizzati" con "già autorizzati".
Una piccola differenza che fa un'enorme differenza, perché ci sono centinaia
di impianti "autorizzati" ma "non realizzati" che continueranno a
beneficiare di contributi che dovrebbero invece essere concessi
esclusivamente alle vere fonti energetiche rinnovabili.
Si ricorda che queste "autorizzazioni" sono di fatto promesse di
finanziamento per 10-15, talora 20 anni, a carico dei cittadini, anche per
quelli non ancora nati !
Con questa finanziaria comunque è stato possibile risparmi da almeno 600
milioni di euro per l'anno 2007 e si può aggiungere anche 5 miliardi di euro
di risparmi al 2020, visto che a tale data l'onere complessivo atteso per
gli incentivi all'intero sistema Cip6 dovrebbe scendere da 25 a 20 miliardi
di euro.
(http://sostenibile.blogosfere.it/200...mato-cip6.html)
(FONTE: NNTP)
zizou
beh, Peter, va tutto bene però evitiamo di addentrarci nell'utilità o meno dei termovalorizzatori, e della loro efficienza ambientale.
E' un tema aperto che merita di essere approfondito, ma non qui. Altrimenti dovremmo cominciare a mettere anche i pareri dei numerosi esperit che ritengono che non siano così dannosi come sostiene l'autore del tuo articolo, e non se ne esce più.
paola
Da sempre petrolieri, ambientalisti fino al 2020
Luca78 domenica 08 giugno 2008 22:13

Quanto ci costano le vittorie della seconda squadra di Milano?

A chi non avesse mai sentito parlare del fantomatico "Cip6" la domanda parrà sorprendente, ma non quanto la risposta che anticipiamo subito: l'Inter è finita in bolletta e ci costa almeno 350 milioni l'anno.
Per spiegarlo citiamo un passo dal recente "La Deriva" dei giornalisti Rizzo e Stella:

Insomma, alla conta finale l'abbandono del nucleare è costato circa 20 miliardi di euro: 340 euro per ogni italiano. Dei quali ben 230 soltanto per la centrale di Montalto di Castro. Con una beffa. Preso atto delle «pulsioni ambientaliste» emerse al referendum, il settimo governo di Giulio Andreotti pensò bene nel 1992 di incentivare chi avesse prodotto energie «da fonti rinnovabili». Solo che al dunque (provvedimento del «Comitato interministeriale prezzi numero 6», da cui la sigla Cip6) vennero aggiunte due magiche paroline: «e assimilate». E finì all'italiana, con l'assimilazione anche delle peggiori schifezze.
In alcune raffinerie, racconta l'ex presidente della Commissione attività produttive Bruno Tabacci, «si diede vita a centrali che funzionano a petrolio e hanno gli incentivi del Cip6, esattamente come l'energia eolica o fotovoltaica. Impianti dell'Api dei Brachetti Peretti, della Erg dei Garrone, della Saras dei Moratti... Per avere un'idea, i contributi erogati col Cip6, finiti in grandissima parte ai petrolieri con il giochino delle fonti assimilate, sono stati pari a 2 miliardi di euro l'anno per 15 anni. Totale: 30 miliardi. Una cuccagna».
Secondo Tabacci, malizioso, «quello fu li risultato di un tacito accordo, nel quale anche gli ambientalisti ebbero certamente un ruolo. La fortissima opposizione che i verdi facevano a quella centrale si saldava oggettivamente con gli interessi dei petrolieri. L'intesa a valle del referendum era che non si sarebbero fatte più nuove centrali, salvo impianti alimentati con energie rinnovabili. Quando poi comparve la parolina "assimilate',la sostanza di quell'accordo non scritto diventò evidente: per evitare di fare nuove centrali si era deciso di sfruttare la capacità organizzativa dei petrolieri». Che cominciarono a fare soldi a palate. E li fanno ancora oggi
.
(La Deriva, pag.88 - Gian Antonio Stella, Sergio Rizzo. Rizzoli Editore 2008)

Nel 2003 il provvedimento che regolamentava il contributo Cip6, inserendo un addizionale del 6% sulle bollette energetiche di tutti gli italiani, venne definito da un commissione parlamentare «una tassa occulta in favore dei petrolieri». Ma i Moratti però riuscirono a tuffarsi nella torta del Cip6 soltanto nel 2001, dopo aver costruito ex novo una centrale elettrica che bruciasse gli scarti di lavorazione della loro raffineria di Sarroch e, per questo, vennero compensati con l'unica concessione ventennale per impianti ad energia “assimilata” alla rinnovabile, come spiega questo articolo del Maggio 2006:

Da qualche giorno, le prime tre o quattro pagine dei quotidiani sono occupate dallo “scandalo del calcio truccato”. Scandalo che certo è grave, ma di “ambienti” danneggia solo quello del pallone e non nuoce, direttamente, all’economia nazionale. In materia di energia c’è ben di peggio, anche se nessun quotidiano, cartaceo o elettronico, sembra preoccuparsene troppo. Per esempio, in piena emergenza petrolifera il Paese del Sole è agli ultimi posti nell’utilizzo dell’energia solare, battuto perfino da Norvegia e Finlandia. Le cause principali sono due: l’ostruzionismo dell’Enel, che tratterò se mai un’altra volta, e il “regime Cip6” o meglio il “raggiro Cip6” perchè di una mega-truffa, in sostanza, si tratta. <...> Ma c’è almeno un caso che in proporzione è ancor più grave. E’ quello della Sarlux, del gruppo Saras - Moratti; che produce elettricità ricavandola dagli scarti petroliferi più inquinanti ed è palesemente stata creata per lucrare sul “regime Cip6”. Nel 2004, ad esempio, essa ha avuto ricavi da vendite per 490.460.049 euro (pagina 338 del bilancio SARAS 2005), dei quali 361.670.000, cioè ben il 73,74% di provenienza "assimilate Cip6". Quell’anno ha infatti incassato il 10,3% dei 3.511.400.000 euro pagati dal GRTN per "assimilate" (dati Autorità per l'Energia). E di peggio, rispetto al caso Edison, c'è anche che Sarlux è nata solo nel 2000 e ha avuto una concessione ventennale (le altre sono quindicennali, stipulate intorno al 1992 e quindi con scadenze intorno al 2007).Per cui gli utenti elettrici italiani continueranno a pagare i sovrapprezzi fino al 2020 anche perchè Moratti possa acquistare giocatori per la sua Inter, senza doversi preoccupare troppo dei prezzi.
(da petrolio.blogosfere.it - Lenoardo Libero, collaboratore della Stampa)

L'impatto ambientale della combustione di 150 tonnellate l'ora di scarti petroliferi (che prima i Moratti dovevano smaltire a caro prezzo) si somma, inoltre, al danno derivante dalla sottrazione di fondi destinati a fonti realmente rinnovabili, strategiche in un paese storicamente a corto di risorse energetiche.
Ma i Moratti, che i truffatori li sanno riconoscere, comunque non rinunciano al loro ruolo di esempio per la comunità e così Milly, moglie di Massimo e non per nulla leader dei Verdi milanesi, definisce "una specie di abbecedario che speriamo sia seguito da altri" il proprio fienile di Cortina ristrutturato con materiali ecologici.
E da abc dell'onesto imprenditore è, infatti, il ricorso a fondi pubblici attraverso i Contratti di Programmi Saras I, Saras II, Saras III, che dal 1992 al 2004 ha consentito di ricevere dallo Stato 197 milioni di Euro per la realizzazione di progetti strategici in aree depresse. Ma come raccontato nell'inchiesta di Bonini e Galbiati pubblicata su Repubblica con il titolo "I Regali dello Stato alla raffineria dei Moratti" i fondi sono stati impiegati invece nella costruzione di nuovi impianti: ovvero la centrale elettrica necessaria allo sfruttamento del regime Cip6.

http://www.ju29ro.com/contro-informazione/...no-al-2020.html
zizou
QUOTE(KAOS @ 12 June 2008, 21:57) *

CARO GASOLIO: CENTRODESTRA, IMPORRE A SARAS ‘PREZZO POLITICO’

(AGI) - Cagliari, 11 giu. - La Giunta regionale deve promuovere un accordo con la Saras per ottenere un prezzo politico dei carburanti in Sardegna. E’ la richiesta contenuta in una mozione di sette consiglieri regionali del centrodestra, primo firmatario Silvestro Ladu, per far fronte al caro gasolio che sta colpendo non solo le marinerie, ma anche il settore dell’autotrasporto e, in generale, le imprese sarde. I firmatari del documento, che auspicano un immediato e costruttivo dibattito in aula, sollecitano un dimezzamento del prezzo dei carburanti, “come avviene in Val d’Aosta”, esteso a tutti i residenti nell’isola. Nella mozione viene anche richiesta, con urgenza, al governo nazionale una “legge obiettivo speciale” per la Sardegna con misure di “compensazioni economiche e fiscali” e per il miglioramento dei servizi e delle infrastrutture in modo da colmare “il mancato sviluppo determinato dall’insularita’”.

Silvestro Ladu (Fortza Paris) ha chiesto che la Saras, in particolare, si faccia carico del “pedaggio ambientale” che deve alla Sardegna e ha sollecitato l’intervento congiunto di Regione, Governo e Unione europea per porre rimedio alla situazione drammatica provocata dall’aumento del costo dei carburanti che penalizza in modo particolare la Sardegna. “Nella nostra regione - ha spiegato - le imprese pagano oneri aggiuntivi rispetto ad altre regioni europee dovuti all’insularita’, oltre che alla carenza di servizi e infrastrutture”. (AGI)

http://www.aziende-oggi.it/archives/00044833.html

sperem... tutto fa brodo, se va contro Moratti
NeoGTO
QUOTE(zizou @ 13 June 2008, 9:54) *

sperem... tutto fa brodo, se va contro Moratti

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zizou
SETTORE UTILITY - Robin Tax anche sull'energia elettrica

In attesa del testo ufficiale del decreto, si moltiplicano le ipotesi e i tentativi di interpretazione della Robin Hood Tax sugli extra profitti del settore petrolifero. Se dovesse essere confermata l'intenzione di colpire anche la generazione e vendita di energia elettrica, aumentando l'Ires al 33%, stimiamo che l'impatto maggiore si avrebbe su Edison (11% dell'utile 2008) e Iride (5%), mentre sarebbero colpite in misura minore A2A (3,4%), Enel (2,6%), Acea (1,5%) e Hera (0,9%).

Inoltre, l'inclusione nella Robin Hood Tax della produzione e vendita di elettricità porterebbe ad una maggiore tassazione di Erg e Saras, già nel mirino del decreto per la raffinazione e la vendita di carburanti. La nostra stima dell'impatto complessivo su Erg e Saras è rispettivamente dell'11,3% e dell'8%.

(websim)
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